(nientedimeno)
Non credo ci sia affermazione più normale e comune di un “vado a prendere il pane”, se invece dicessimo “vado a prendere le sigarette”, a qualsiasi italiano/a di spirito verrà in mente di fargli una battuta “ma poi torni?”, e sarebbe persino una battuta abbastanza scontata, così come se uno incontrando un amico per strada ci dicesse “sto andando a prendere il latte”, potrebbe inciampare in una risposta canzonatoria e altrettanto scontata.
Sono luoghi comuni, ma basta che siano inseriti in qualche tormentone collettivo che immediatamente possono portare con sé significati molto articolati, come l’abbandono del tetto coniugale o incontri romantici d’antan.
Quelli bravi dicono fra luogo comune e immagine mitologica la distanza è breve, stessa dinamica.
Il punto di contatto è il linguaggio, ma come disse Eco il linguaggio è fatto per mentire.
Non è (solo) ironia, anche se quel vecchio gattone doveva divertirsi un mondo con le sfumature, la lingua umana è per natura scollegata dal fatto, non c’è un legame diretto fra significato e verità come accade nel mondo animale (esistono rare eccezioni, come sempre: pare che le femmine di Bonobo simulino l’orgasmo per ragioni di vantaggio sociale).
Possiamo ragionevolmente sostenere che l’uomo nel regno animale è l’unico ad essere così perverso, per usare il termine usato da Freud.
Lo psicologo si riferiva alla sfera sessuale infantile, un altro psicologo di scuola affine (anche se qualcuno potrebbe dissentire) in un saggio su “peter pan” invece di addentrarsi nell’ampiamente esplorato tema del “puer aeternus/puella aeterna”, si collegò al concetto di neotenia, di derivazione antropologica.
Carotenuto nel testo ci fa notare come l’uomo sia un feto cresciuto in età adulta, il suo essere “perverso e polimorfo” è una caratteristica evolutiva ben nota, l’antropologia ha spiegato come questo fenomeno sia ben visibile e osservabile attraverso l’evoluzione del genere “homo”.
L’evoluzione ha spinto le nostre antenate verso il parto sdraiato, ha fatto si che il cucciolo di uomo rimanesse in una fase “quasi fetale” ancora per diversi mesi dopo la nascita (incapace di muoversi in maniera indipendente) ed ha prolungato la sua maturità sessuale molto avanti negli anni.
Forse il tratto più notevole sul piano sociale è che la donna difficilmente può partorire senza assistenza, e questo ha reso l’umano “un essere culturale per natura perché è un essere naturale per cultura” (Edgar Morin), ossia il primo impulso alla collaborazione fra simili è richiesto dalla natura stessa.
La neotenia ed i tratti antropologici dell’homo sapiens portano con sé ben più di un fatto saliente al mio ragionamento, il linguaggio come la nascita in una cultura dovevano essere tratti nati ben prima dell’homo sapiens, si ipotizza che in varie maniere anche i nostri antenati diretti avessero modo di esprimersi con parole, in maniera via via più “involuta”.
La sua perversione, la sua facoltà di mentire, sono in realtà tratti che nascono dalla peculiare qualità di essere strettamente correlati alla cultura, questa è necessaria perché l’individuo si formi, non è opzionale, l’individuo umano nasce “non programmato”, e rimane in uno stato di “creatività infantile”, per la durata di tutta la sua vita.
Questa è una caratteristica riscontrabile anche nei mammiferi ed altri animali superiori, ma in maniera neanche lontanamente paragonabile a quella umana, animali nati in cattività possono avere problemi a ricongiungersi ai simili nati nel loro ambiente, ma conservano istinti ed un rapporto diretto fra espressione e fatto esterno che li caratterizzano come individui della propria specie.
Il linguaggio è quindi strettamente correlato alla cultura, il neonato non impara solo a parlare ma assorbe un contesto fatto di suoni, umori, odori, ritmi e gesti.
Questa caratteristica fa si che l’umano possa mentire, perché mentire implica astrazione, capacità di raccontare qualcosa che non è presente nel qui ed ora spazio-temporale del momento,e dunque capacità di astrazione implica creazione di luoghi comune e miti.
Mito e linguaggio sono nati insieme e sono il tratto più caratterizzante di una qualsiasi cultura, sono piuttosto scettico sul fatto che la “pressione evolutiva” che ha portato l’uomo a sviluppo di intelligenza e linguaggio sia quella di usare con sempre maggiore efficacia strumenti e attrezzi. Sicuramente quella vi sarà stata, ma qualsiasi artigiano vi può dimostrare come l’uso corretto di una pialla può essere impartito a suon di esempi e scappellotti, lasciando l’uso del linguaggio alle bestemmie (va senza dire). Inoltre sembra molto il bias di un periodo storico un po’ troppo caratterizzato dalla tecnica.
Con ogni probabilità (supposizione e supponenza mie) la “pressione evolutiva” allo sviluppo di una laringe in grado di esprimere fonemi articolati, così come dell’intelligenza arriva dalla forte adattabilità che questo consentiva agli umani, sia l’homo sapiens che l’erectus si sono diffusi attraverso continenti interi e questo non sarebbe stato possibile senza una forte coesione di gruppo, la possibilità di scambiarsi nozioni articolate e tecniche e momenti in cui ci si guardava dentro e si intessevano miti intorno al fuoco (tema caro al Pavese de “La luna e i falò”).
I primi miti dovevano trattare di nascita, morte e memoria, e devono essersi articolati non molto tempo fa (10000 anni) quando i gruppi di homo sapiens hanno scoperto l’agricoltura ed hanno iniziato a stanzializzarsi a quel punto le mitologie di un gruppo sociale dovevano portare con sé anche pratiche e luoghi comuni, nozioni su cosa andasse fatto e quando, e cosa andasse evitato.
Ossia i primi miti erano un calderone che conteneva sia buoni costumi, sia istruzioni pratiche (semina, raccolto..), come miti della nascita, di passaggio all’età adulta, e culto dei morti, poiché la memoria è un’altra caratteristica unica dell’umano, insieme alla consapevolezza della morte. La tragedia greca secondo quelli bravi doveva il proprio precursore nella cerimonia funebre, e con quella i miti orfici, ed in qualche maniera quelli eleusini.
Ma perché dunque ancora ci affanniamo a studiare la mitologia e fare filosofia? E perché è ancora un soggetto così difficile da maneggiare?
Si potrebbe concludere in chiave positivista: ora noi siamo “evoluti”, i miti servivano agli antichi per giustificare ciò che non capivano, ora invece abbiamo le leggi, società evolute (ha!) e macchine, e dunque ne possiamo fare a meno, si studia il passato solo per erudizione, perché non possono mica tutti essere informatici o avvocati, no? Ci sarà qualcuno che si sacrificherà e gli toccherà annoiarsi per professione.
Eppure tutt’ora siamo facilmente soggetti a narrazioni distorte (il mito tecnicizzato di Kerenyi e poi Jesi), e ridurre a “è tutta colpa di certi ignoranti, se tutti fossero come me non ci sarebbe nessun conflitto” non farebbe che lanciarci in un contesto mitologico/tribale, ossia la colpa è sempre “fuori” dal nostro io/gruppo sociale e solo attraverso un conflitto/fusione dei significanti le differenze possono essere superate (visione semplificata ai fini di semplicità).
Quest’ultima parte si sfilaccia un po’ sul cazzaro andante, mi sa che non mi basterà un solo post per esaurire la questione.

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